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  MUSEO DELLA LIUTERIA
 Tipologia museo Museo Comunale
 Categoria Strumenti musicali
 Numero annuo visitatori 2.500
 Materiale conservato Strumenti musicali a corda nei vari stadi di lavorazione, forme, attrezzi da lavoro, documentazioni d’epoca.
 Modalità di visita Aperto dal lunedì al sabato dalle ore 9,30 alle 12,30 e dalle 16,00 alle 19,00; festivi su prenotazione.
 Prezzo del biglietto 2,07 € intero, 1,03 € ridotto per alunni e comitive superiori a 20 persone.
 Servizi aggiuntivi Bookshop, vendita oggetti di merchandising, spazio espositivo per mostre temporanee, sala convegni.
 Materiale informativo Dépliant
 Indirizzo Palazzo Merolle-Felluca, Corso Tulliano, 49 – Arpino (Frosinone) Tel. 0776/849241
 Città / provincia Frosinone / FR
 Numeri telefonici 0776/849241
 E-mail museiciviciarpino@libero.it

Creato nel 1993 dal Comune di Arpino grazie alla disponibilità di Giannino Cerrone, discendente di una prestigiosa famiglia di liutai arpinati, il Museo della Liuteria costituisce un vero e proprio “unicum” nel panorama dell’Italia centro-meridionale.
Ospitato nei locali di Casa Felluca-Merolle, in pieno centro cittadino, esso documenta l’antica e nobile arte di fabbricare strumenti musicali, che ad Arpino ha goduto di un’affermata e gloriosa tradizione, soprattutto tra Ottocento e Novecento, ed ha rappresentato un capitolo estremamente significativo della storia sociale, culturale e produttiva della città.
Il Museo espone una raccolta di oggetti, materiali, disegni preparatori, forme, attrezzi, macchinari e strumenti finiti e in fase di lavorazione appartenuti alla bottega liutaia arpinate Embergher-Cerrone, specializzata nella produzione di mandolini di tipo romano e in altri strumenti a corda.
Completa la collezione una ricca documentazione cartacea (carteggi, fotografie, articoli di giornale, diplomi e riconoscimenti internazionali.
Visitando il Museo è possibile ripercorrere l’intero ciclo di lavorazione: si possono osservare gli strumenti nelle diverse fasi di realizzazione, dalle forme alle casse armoniche grezze, ai macchinari impiegati, agli attrezzi originali, fino agli strumenti finiti, soffermandosi sulla straordinaria perizia tecnica ed artistica espressa dai nostri Maestri liutai.


L’ORO E GLI INCANTI DELLA “VALLE DEL LIRI” - I MAESTRI LIUTAI ARPINATI -Arpino, 5 agosto 2007

Le iniziative realizzate dalla città di Arpino in ricordo dei Maestri Liutai arpinati, giunte al loro quinto appuntamento consecutivo, si svolgeranno quest’anno in collaborazione con la XV Comunità Montana “Valle del Liri” e la Regione Lazio Assessorato alla Piccola e Media Industria, nel contesto dell’importante manifestazione denominata “L’Oro e gli incanti della Valle del Liri”.
Anche questo ennesimo appuntamento, diventato ormai una sorta di evento attesissimo tra gli amanti della musica a plettro, rappresenta un momento culturale di rilievo, teso a favorire la conoscenza delle qualità artistiche e sonore di uno degli strumenti più antichi e importanti, propri della tradizione musicale italiana, il Mandolino, e più in particolare dei Mandolini realizzati in Arpino dalla seconda metà dell’800 al 1960, apprezzati e noti in tutto il mondo ed ancora oggi richiesti e ricercati dai più importanti virtuosi e circoli mandolinistici italiani e stranieri.
Il programma proposto dal Direttore Artistico Dr. Marco Chiappini, prevede al mattino alle ore 10,00 presso la Chiesa di S. Michele, una Messa in suffragio dei Maestri Liutai defunti, mentre alle ore 11,00 al Museo della Liuteria, si terrà una commemorazione con visita guidata gratuita, in modo che tutte le persone interessate, potranno conoscere e scoprire aspetti di un grande passato che ancora oggi ci illumina con testimonianze uniche e particolari.
In serata, nella superba cornice di piazza S. Maria di Civita, si terrà il gran concerto di melodie e canzoni napoletane, a cura dell’Orchestra Stabile Mandolinistica “Surrentum” sapientemente diretta dalla bravissima, nonché primo tenore, Marianna Astarita Maresca, l’Orchestra, già nota e apprezzata sia in vari appuntamenti e festival di musica a plettro che in Televisione, è composta da 20 elementi, oltre al famoso Saxofono solista, M° Carmine Maresca.
Un’iniziativa definita dal Presidente della XV Comunità Montana Dino Giovannone, lodevole, appassionate e coinvolgente, che attraverso vari momenti culturali, è in grado di stimolare e far riflettere su un’importante pagina di artigianato artistico-strumentale-musicale, scritta nella città di Arpino, per questo la Comunità Montana, ha voluto ulteriormente rafforzare la sua presenza e il suo coinvolgimento nella manifestazione, sviluppando ulteriormente quel processo di promozione e valorizzazione delle tipicità, dei mestieri e delle tradizioni locali, che oggi tornano a richiedere un nuovo impegno, una nuova attenzione
Uno stimolo ed un interesse particolare infine, è venuto dal Sindaco di Arpino, Fabio Forte, che nel favorire l’evento, ha individuato nella stesso , un modo nuovo, impegnativo e creativo del “fare e promuovere Cultura” per continuare a recitare in collaborazione con i Musei comunali, un ruolo di primo piano nell’ambito della musica colta e in quella di tradizione.


Antonio Luigi Embergher (1856-1939) fu valentissimo costruttore di strumenti a plettro. Figlio di un ebanista di Alvito (sembra infatti che gli Embergher fossero giunti in Valcomino dal Tirolo durante il Settecento, per partecipare in qualità di artisti del legno alla realizzazione del coro di Montecassino) e dell’arpinate Maria Ciccarelli, aprì il suo laboratorio in Vicolo Morelli, nel 1880. Operò anche a Roma, nelle botteghe di Via Belsiana e Via delle Carrozze. Suo allievo e continuatore fu Domenico Cerrone (1891-1954). Quest’ultimo, entrato in bottega nel 1905, all’età di quattordici anni, subentrò all’Embergher nel 1938, e rimase alla guida dell’attività fino alla sua morte, nel 1954. Con il figlio di Cerrone, Giannino, la bottega continuò ad operare saltuariamente fino al 1962, anno della definitiva chiusura. Tra gli altri liutai arpinati che operarono con i due Maestri, ricordiamo Benedetto Macioce, Michele ed Alberto Quadrini, Pasquale Pecoraro, Alfredo Rea, Loreto Ranaldi. Alcuni di essi continuarono la tradizione liutaia costruendo strumenti in proprio.
Nel periodo di massima floridezza, la bottega Embergher-Cerrone contava ben quindici dipendenti tra liutai, falegnami, intagliatori e rifinitori, ed arrivava a produrre circa cento strumenti al mese. La ditta era specializzata nella realizzazione del mandolino romano (o napoletano), a quattro corde doppie: un tipo di strumento che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento conobbe una straordinaria fortuna e diffusione, sia dal punto di vista concertistico che dell’arricchimento del repertorio. Embergher apportò modifiche e migliorie allo strumento, brevettando i suoi sistemi e creando esemplari dalla sonorità perfetta, particolarmente agevoli da suonare grazie ad una serie di speciali accorgimenti tecnici che, uniti all’eleganza delle linee, resero celebri e ricercatissimi i mandolini del Maestro arpinate.
Accanto al mandolino romano, nel laboratorio si fabbricavano anche tutte le varianti dello strumento: terzino, mandoliola, mandoloncello, mandolbasso, mandolcetra. Si deve infatti all’Embergher la realizzazione del “quartetto a plettro”, composto da due mandolini, una mandoliola ed un mandoloncello, le cui qualità acustiche e timbriche erano in grado di permettere l’esecuzione del repertorio musicale proprio del quartetto d’archi, tradizionalmente formato da due violini, una viola e un violoncello. Tra i modelli più originali usciti dalla bottega, si annovera la mandolcetra, o “cetra Madami-Embergher”, realizzata da Embergher attorno al 1925 su disegno originale del musicista romano Aldebrando Madami per le esigenze della sua orchestra.
Mandolini ed altri strumenti a corda fabbricati nella bottega arpinate vennero a lungo esportati in tutto il mondo (Brasile, Giappone, India, Inghilterra, Germania, ecc.) e furono celebri e ricercati per le loro caratteristiche di sonorità e di estetica, guadagnando all’Embergher prestigiosi riconoscimenti internazionali, tra i quali le Medaglie d’Oro alle Esposizioni Internazionali di Vienna nel 1897 e di Torino nel 1898.
Tra i “clienti” più illustri della bottega si annoverò persino l’Imperatrice Madre di Russia, Maria Fedorovna, che nel 1902 fece acquistare per sé un mandolino Embergher, riccamente decorato.
Strumenti di fabbricazione Embergher-Cerrone vennero suonati dai mandolinisti più famosi del Novecento, da Antonio Berni a Silvio Ranieri, a Nino Catania, a Giuseppe Anedda (per citarne solo alcuni).
La politica autarchica fascista colpì duramente l’attività della bottega, i cui prodotti erano in gran parte destinati al mercato estero. Dopo un periodo di chiusura della liuteria (nel 1930) ed una breve riapertura sotto la direzione del capo operaio Benedetto Macioce, nel 1938 Embergher nominò suo successore Domenico Cerrone.
Con Cerrone, negli anni Quaranta, la produzione si estese anche alle chitarre. Egli fabbricò anche una quindicina di violini modello Stradivari, esportati soprattutto in Germania.
Fu socio fondatore dell’Associazione Nazionale di Liuteria Artistica Italiana. Le chitarre Cerrone ottennero prestigiosi riconoscimenti nelle esposizioni di Firenze 1951 e di Ancona 1957 (medaglia d’argento postuma.
Il mandolino Embergher

Il mandolino Embergher, realizzato in ben dieci modelli, da studio, da orchestra e da concerto, si distingue dagli altri strumenti analoghi per il numero di doghe in acero o palissandro che ne compongono la cassa armonica (da ventotto a trentacinque, a seconda dei modelli), dello spessore di pochi millimetri (solo 2 mm nei mandolini da concerto mod. 5 e 5 bis) e per il numero dei tasti (ventinove), che consente di raggiungere l’estensione di suono propria del violino. Inoltre il prolungamento dei tasti della seconda corda permette di raggiungere il Sol 5°.
Queste caratteristiche, apprezzatissime dai mandolinisti più famosi, rendevano possibile l’esecuzione di un repertorio classico vastissimo. Anche le corde erano realizzate secondo un brevetto originale Embergher-Cerrone, così come i copricorda, le meccaniche ed i principali accessori dello strumento.
Nei modelli di particolare pregio, come il 5 bis, le doghe della cassa armonica erano scannellate, in modo da conferire maggiore sonorità allo strumento. Il piano armonico, in abete verniciato, era leggermente piegato all’altezza del ponticello.
I 5 bis erano dotati di una meccanica speciale, brevettata da Embergher, che consentiva un rapido cambio delle corde e manteneva a lungo l’accordatura.
Una particolare attenzione era dedicata al momento della decorazione, in cui venivano adoperati materiali come madreperla, tartaruga, celluloide, avorio, osso. I liutai arpinati seppero conciliare nei loro strumenti gusto estetico e perfezione acustica, realizzando strumenti dalle linee estremamente aggraziate, arricchiti con elementi decorativi eleganti ed essenziali.
Tipico dei mandolini Embergher più pregiati è lo scudo o battipenna in celluloide ed avorio, a forma di foglio parzialmente arrotolato.

Le fasi di lavorazione


Grazie alla collezione esposta è possibile documentare tutte le fasi di lavorazione seguite nella bottega.
Si comincia con i disegni preparatori per la realizzazione di mandole, mandolini e chitarre, con annotazioni autografe dei liutai, risalenti alla fine dell’Ottocento e ai primi decenni del Novecento, ed esposti accanto al marchio di fabbrica e al timbro a caldo che veniva apposto sul manico dello strumento.
Particolarmente ampia la serie delle forme, che servivano a fabbricare le casse armoniche o “gusci”. Alcune di queste corrispondono a strumenti ormai divenuti rarissimi : oltre alle forme per i mandolini, infatti, si annoverano forme per il terzino, per la mandoliola, il mandoloncello e il mandolbasso.
Osservando le forme è possibile comprendere come la liuteria per strumenti a “guscio” differisca, dal punto di vista tecnico, dalla liuteria per gli altri strumenti a corda. Nel primo caso, infatti, l’abilità del liutaio si manifestava nella capacità di fondere in maniera pressoché perfetta il guscio con il manico dello strumento, attraverso un paziente lavoro di raccordo tra le estremità delle doghe che formavano appunto la cassa.
Nella costruzione degli altri strumenti a corda, invece, la cassa, composta da fondo, piano armonico e fasce, veniva realizzata con l’ausilio di forme e controforme (dette “maschio” e “femmina”).
Un nutrito gruppo di queste forme, impiegate per fabbricare chitarre, violini, mandolcetre e persino ukulele (o chitarra hawaiana, particolarmente in voga tra gli anni Venti e i Quaranta) integra la raccolta.
Dalla forma, quindi, si passa alla cassa grezza : si possono osservare casse armoniche fabbricate in numerose varianti, per tutti gli strumenti a plettro. Alcune casse corrispondono a strumenti particolari, commissionati per specifiche esigenze dei committenti.
Ai lati di un bancone da lavoro girevole erano inserite le forme, e su di esse il “cassista” (l’operaio specializzato nella costruzione delle casse armoniche) incollava le sottilissime fasce in acero o palissandro, dello spessore di pochi millimetri, alternandole alle filettature in legno o in metallo.
La scelta e la stagionatura del legno costituivano due momenti preliminari essenziali, poiché la qualità della materia prima condiziona la sonorità e il timbro del prodotto finito. Le fasce, o doghe, che nei modelli più accurati non raggiungevano i 2 mm di spessore, erano leggermente curve da un lato (forma detta “a mezza foglia di olivo).
La forma del mandolino veniva innanzitutto ricoperta di grasso animale, per impedire che la cassa in costruzione vi si attaccasse. Successivamente le doghe, piegate a caldo, venivano applicate partendo dal centro della forma, affiancandole l’una all’altra. Perché la colla facesse presa si applicavano temporaneamente degli anelli di ferro, in modo che le stecche appena incollate rimanessero sotto pressione. Il bancone girevole permetteva di non interrompere la lavorazione.
Una volta completato l’esterno del guscio, si provvedeva ad incollarvi all’interno, in senso orizzontale, una serie di sdruccioli di legno (i “ricci”), per rendere più omogeneo il tutto. Per conservare l’incollatura delle stecche durante questo procedimento di “impiallacciatura” dell’interno, si applicavano sul guscio delle pezze di stoffa, poste trasversalmente.
Un piccolo ma interessante capitolo di archeologia industriale è rappresentato dai macchinari, spesso concepiti ed adattati dai liutai stessi in base alle esigenze della lavorazione.
Ecco dunque un tornio a pedale e una trafila per laminare i fili metallici (generalmente in alpacca), che servivano a realizzare i tasti degli strumenti. La tastiera dei mandolini veniva intaccata con estrema precisione grazie ad una sega dotata di crimagliera.
Una volta montato il manico, composto da un’anima di pioppo e da una tastiera in ebano per gli strumenti più pregiati, in legno di pero per gli altri modelli, un’attenzione particolare veniva rivolta alla decorazione del mandolino, eseguita con materiali preziosi : tartaruga, madreperla, osso, ma anche celluloide, venivano impiegati per realizzare fregi ed ornamenti sui battipenna, sulle tastiere, sulle palette e attorno ai fori di risonanza. Le meccaniche, in metallo (generalmente in argento) erano realizzate su brevetto esclusivo, che garantiva la durata dell’accordatura.
Anche le corde armoniche ed i copricorda erano fabbricati su brevetto Embergher. Si possono vedere alcuni campioni di corde in ottone e la pressa con cui venivano realizzati i copricorda in acciaio. Una collezione di attrezzi speciali per liuteria documentano la straordinaria abilità dei nostri liutai : alesatoi, raspe, sgorbie, calibri, lame, piallette, morsetti per sgrossare, incollare e rifinire mandolini, violini, chitarre.
Un mandolino da studio, uno da orchestra (mod. 2) e due da concerto (mod. 5 e 5 bis) permettono di apprezzare quale fosse il livello di perfezione formale ed armonica raggiunto dai prodotti della bottega Embergher-Cerrone.
Assieme al mandolino, anche la chitarra e il violino hanno rappresentato una parte significativa della produzione : è possibile osservare chitarre da studio e da concerto in lavorazione, e violini in 3/4 realizzati da Cerrone su modello Stradivari.
Insieme a questi, è conservato anche un violino di scuola napoletana del 1772

Fonte: Daniela Rosselli


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