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Spazio Junior - Attività didattiche
 
 
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  MUSEO DEL MAGLIO AVEROLDI
 Tipologia museo Museo Comunale
 Categoria Ferro, ghisa e metalli
 Numero annuo visitatori 1591 (da marzo a dicembre 2002)
 Materiale conservato Ruota a pale, maglio, fucina ed attrezzature varie.
 Modalità di visita Tutti i giorni su prenotazione
 Prezzo del biglietto € 3 intero, € 2 ridotto, € 4 visita guidata.Visita guidata con lavorazione del ferro realizzata con la tradizionale tecnica del “damasco”: sabato € 4, altri giorni € 6.
 Servizi aggiuntivi Bookshop, vendita merchandising, spazio espositivo per mostre temporanee
 Laboratorio Laboratorio che esegue dimostrazioni di lavorazione del ferro realizzata con la tradizionale tecnica del “damasco”
 Materiale informativo Dépliant, catalogo
 Indirizzo Via Maglio 51 – 25050 Ome (Brescia)Centro Unico di Prenotazione: Agenzia Parco Minerario dell’Alta Valle TrompiaPiazza Zanardelli, 1 – 25061 Bovegno (Brescia)
 Città / provincia Brescia / BS
 Numeri telefonici 030/9259638 - fax. 030/9259721
 indirizzo sito internet www.miniereinvaltrompia.it
 E-mail info@miniereinvaltrompia.it
 Nome e qualifica responsabile Gianfranco Zucchi

Il Maglio fa parte di un complesso di rilevante valore storico composto da un fabbricato a due piani adibito a fucina per la lavorazione del ferro e da un ampio porticato adibito ad uso comune. La fucina, dalla forma quasi rettangolare e dalla caratteristica entrata posta a un livello inferiore rispetto alla strada, ospita il maglio che costituisce il vero fulcro dell’organizzazione del lavoro. Qui è l’acqua a produrre energia, alimentando il soffio d’aria che ravviva il fuoco e movendo la ruota che trasmette la forza al maglio. Ulteriori elementi caratterizzanti della struttura sono l’incudine sulla quale si lavora il ferro, la vasca dell’acqua utilizzata per rafforzare il ferro incandescente o gli attrezzi di lavoro tutti conservati al loro posto originario. Le pareti dell’intero complesso sono in pietrame legato da poca malta. Il tetto, a falda con pendenza poco accentuata è in struttura di legno, con capriate e coperto con assi e coppi. Il pavimento è in terra battuta per attutire i colpi del maglio sull’edificio. La lavorazione del ferro incandescente si svolge in penombra dunque non erano necessarie aperture, la luce è tuttavia assicurata da finestre e feritoie disposte senza regola sui muri perimetrali, che servono anche da via di uscita per il calore ed il fumo.
Il Maglio Averoldi è situato in una zona ricca di storia dove fino a metà del sec. XX sono stati attivi numerosi mulini ad acqua, azionati dalla forza dei torrenti della valle del Nas. Questi mulini, caratterizzati da grandi vasche di accumulo e da una ruota con pale a cassetta ed ingranaggi, avevano in genere una doppia funzione: muovevano le macine per il grano ed azionare i magli che battevano il ferro. Tra i più antichi di questi si colloca proprio il mulino/maglio della Grotta che presenta una storia caratterizzata da secoli di costante attività. I primi documenti storici riguardanti il Maglio risalgono al 1155, anno in cui fu acquistato dal monastero cluniacense di Rodendo che ne fu proprietario sino al quattrocento. E’ infatti dal quattrocento in poi che le tracce documentarie divengono sempre più frequenti. Ad esempio è possibile sapere che nel 1556 la proprietà era della famiglia di Giacomo de Bugno di Ome e che nel 1641 fu passata ai fratelli Battola. Interessante e prezioso l’estimo mercantile del 1774 che lo descrive come “molino di una ruota d’acqua dotato di una macinadora che macina solo vinazoli” e di “un maglio di foghi due”. Durante il sec. XIX passa in varie mani e prosegue la sua duplice attività: nel 1819 è “officina di maglio” e nel catasto del 1851 è descritto come “maglio da forno ad acqua con abitazione; molino da grano e macina di olio ad acqua con abitazione e 19 orti.
Nel 1895 è Andrea Averoldi proprietario del maglio dove fabbricava attrezzi agricoli. Nel censimento del 1911 risulta che il maglio di Pietro Averoldi produceva ancora atterezzi agricoli ed aveva tre dipendenti. Andrea Averoldi detto “Maer” fu l’ultimo a lavorare il ferro secondo le tecniche tradizionali in questo maglio.

Oggi l’amministrazione comunale ha acquistato il maglio promovendone il restauro e il ripristino funzionale tramite l’associazione “Amici del Maglio” proponendo un momento importante della civiltà locale che si manifesta anche in un ambiente naturale, ricco di storia ed assai ben conservato. Un ambiente che si presenta come luogo ideale per accogliere importanti momenti civili e religiosi della società del luogo, momenti ben degni di visita e segni dell’amore per la propria terra ed il proprio lavoro di tante generazioni locali.



La Via del ferro e delle miniere in Val Trompia
La Via del ferro e delle miniere in Val Trompia è l’itinerario più rappresentativo della storia e dell’identità locale fra quelli individuati nell’ambito del Sistema museale, un sistema che comprende l’intero patrimonio culturale del territorio triumplino, estendendosi tuttavia anche a Collebeato e Ome, e che con l’Agenzia Parco Minerario dell’Alta Valle organizza non solo poli museali ma anche percorsi.
La Via del ferro e delle miniere propone un viaggio nel tempo e nello spazio della Valtrompia, attraverso le testimonianze che il suo passato produttivo ha lasciato fra i monti, lungo i corsi d’acqua, negli abitati, in un territorio che più di altri è stato investito negli ultimi decenni da una trasformazione radicale, ma ha conservato i tratti essenziali di una memoria collettiva che si radica nei luoghi del lavoro minerario e siderurgico, sedi di un’esperienza secolare, riferimenti riconosciuti di un sapere diffuso e ancora vivo.
I magli di Sarezzo, il Forno fusorio di Tavernole, il reticolo delle gallerie della Miniera Marzoli di Pezzaze, le grandi strutture della S. Aloisio e le innumerevoli bocche di miniera con i sentieri e le mulattiere che le connettevano, nei territori di Bovegno e Collio, rappresentano le tappe principali di un itinerario che ha il suo naturale sbocco nella città capoluogo.
La storia del lavoro, e di un’evoluzione tecnologica e sociale che assegnò per secoli un ruolo di primo piano ai maestri forgiatori e ai maestri di forno triumplini, rappresenta dunque uno sfondo essenziale della Via del ferro e delle miniere, ma altrettanto decisivo è il contesto nel quale essa si svolge, i caratteri fisici di un territorio in grado di fornire per secoli la siderite da cui ricavare il metallo.
Quello che si propone è un viaggio nel quale il passato non si coniuga solo al presente della valorizzazione e del recupero delle testimonianze avviato in questi ultimi anni, ma anche al futuro, imminente, che prefigurano i progetti attinenti i poli oggi in via di organizzazione (è il caso della Miniera S. Aloisio e del previsto Museo dedicato alla tradizione e all’industria armiera a Gardone Val Trompia).
Un viaggio capace, inoltre, di farci accostare alle tradizionali culture del lavoro triumpline, che è ancora una volta il ferro ad unificare senza tuttavia confondere.
Le mani di quelli che in galleria hanno passato la vita si posano sulle pareti di roccia come scorressero su tronchi d’albero, saggiano la superficie scabra come tastassero corteccia, vi colgono - con gli occhi e con le mani, che staccano piccoli frammenti dalla parete per osservarli da vicino e provarli al tatto – la fine dello sterile e l’annunciarsi del banco. Ogni tratto di cunicolo ha un nome, ogni slargo una storia: la miniera è una casa in cui si è vissuti. Ci si è dovuto fare i conti, a volte drammaticamente, ma la si è domesticata. Di qui la solidarietà e l’orgoglio dei minatori, fieri di un lavoro per il quale non bastava essere forti: occorreva imparare, capire, decidere cosa fare e come farlo, ogni giorno, in quel mondo fuori dal mondo che è sempre stata la miniera.
“Rubare il mestiere” a quelli che lavoravano al maglio, senza far tante domande ma piuttosto osservando ogni gesto con pazienza e intelligenza, era la regola per i ragazzi che entravano in una delle fucine fino a pochi anni fa vibranti dei colpi assestati dagli enormi martelli mossi dall’acqua. Sostanzialmente simili allo sguardo del profano, con i loro canali sospesi e le loro ruote idrauliche, i magli e la forgia, le fucine avevano invece caratteristiche che le destinavano a lavori diversi, e comunque sempre tali da richiedere un sapere indiviso e versatile, in grado di dominare l’intero ciclo di produzione e far fronte a imprevisti e necessità di manutenzione che si potrebbe pensare esulassero dalle competenze dei lavoranti di fucina.
Sono questi uomini, minatori e forgiatori, ad aver permesso che l’allestimento di alcuni dei poli museali sulla Via del ferro e delle miniere si risolvesse nel recupero non solo di spazi e di cose, ma anche di parole e di gesti del mestiere. Altri uomini, ormai scomparsi da tempo, dai geniali maestri di forno ai colti scopritori di miniere, come Giuseppe Ragazzoni, o agli intraprendenti innovatori della produzione siderurgica e meccanica, come Francesco Glisenti, sono invece evocati nei luoghi che li videro protagonisti della storia del ferro triumplino.
E’ in questa storia e nei luoghi che ne furono teatro che si realizza la possibilità di rivisitare una vicenda nella quale si radica l’identità collettiva della Valle, e nello stesso tempo l’opportunità di venire a contatto con un territorio in grado di fornire non solo occasioni di svago e stimoli di conoscenza, ma anche possibilità di esperienza.

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